
tratto da http://www.labuoncostume.com/
Immaginate una costruzione semplice, di pianta poligonale o circolare, in legno o in pietra, a cielo aperto. Al centro di questa, che una volta era un’arena, abbiamo il palcoscenico, circondato tutt’intorno da un’ampia corte. Su tre lati si distende la confusione della platea, solo una zona a ridosso dell’edificio è riservata agli attori. Attori sì, poiché avrete già capito che l’oggetto della nostra approssimativa descrizione è un teatro. Gli spettatori altolocati, che vogliano mantenere una certa distinzione, hanno a disposizione i loggioni. Ma concentriamoci più a fondo sulla zona centrale, sul palco. Non vi è alcuna divisione tra palcoscenico e platea, nessun arco di proscenio, nessun sipario a nascondere gli attori. Ma vi è certo una precisa consapevolezza dei rispettivi ruoli, a fare in modo che compagnia e pubblico non si mischino: ognuno resta al proprio posto, nessuno si permette di sconfinare – il pubblico è partecipe dell’opera, ma in forme e mode precisi, stabiliti. Regna un forte senso del limite, ma ribadiremo questo concetto più avanti, per contrasto. Adesso passiamo al fulcro vero e proprio: la zona calpestata dai piedi di chi recita. Il palcoscenico è spoglio, nessuna scenografia movimenta un fondale che rimane vuoto; la resa dello spettacolo è affidata alla bravura degli attori e alla forza del testo, la capacità immaginativa al pubblico. Lo spettacolo comincia e termina.
Ora immaginate una situazione analoga, ma capovolta nei suoi aspetti fondanti. La struttura portante rimane la stessa mentre i modi e i ruoli si modificano radicalmente. Ci caliamo ancora una volta dall’alto dentro il teatro, ma lo spettacolo che colpisce – è proprio il caso di dirlo, colpisce – i nostri occhi è mutato: il palcoscenico è sommerso di colori e musiche, subissato di costumi variopinti, fondali di vegetazione lussureggiante, bigiotteria e disparati oggetti luccicanti. Ma non manca la gente, no di certo: scorgiamo un’infinita processione di uomini e donne in costumi ricchissimi e particolari, ridono e si beccano a vicenda. Si rincorrono, si nascondono in tutti gli angoli, e sono dappertutto. Non si capisce affatto dove cominci il palco e dove finisca la platea, nessuna linea di demarcazione, mancanza totale di confini nitidi. Un’altra cosa: non distinguiamo nemmeno una parola, solo un insopportabile rumore, un’accozzaglia di note di fiati e urla sgraziate. Una festa, un trionfo insomma, ma solamente in superficie. A uno sguardo più attento ci accorgiamo che manca qualcosa di fondamentale: non vediamo nemmeno un attore. Vediamo soltanto gente, folla, mucchi di arti e teste avvolte in pesanti cappelli. Mancano gli attori, mancano delle voci distinte, nessuna recita un testo. Gridano e basta. E pubblico e attori si confondono, e se non recita nessuno si potrà dire che tutti recitano,e se ci si chiede cosa recitano piombiamo nello sconforto ricordando che manca un testo da recitare.
Ora ci basta collocare le due situazioni nel tempo e forse questa descrizione tanto vaga e indefinita assumerà qualche tratto nuovo, magari un risvolto interessante a cui non pensavate: nella prima situazione qualcuno avrà riconosciuto un modello approssimativo di teatro elisabettiano (secoli XVI-XVII); per quanto riguarda la seconda invece, vedeteci un’immagine della televisione commerciale italiana attuale. Ora possiamo ribadire alcuni aspetti importanti e tentare di concludere questa noiosa ma necessaria riflessione: a proposito del primo caso avevamo notato un forte senso del limite, che manteneva intatta la separazione attori-pubblico in nome di una più alta necessità: portare a compimento lo spettacolo. Inoltre notevole era il vuoto che caratterizzava il palco, e la conseguente necessità per gli attori di creare il mondo dell’opera attraverso la voce e il gesto. Gli attori avevano una precisa competenza, che li identificava come tali, in opposizione alla folla del pubblico. Guardiamo invece alla televisione commerciale – e non solo commerciale – di oggi in Italia: dove sta il limite? Dove sta la consapevolezza di un ruolo? Dove sta la competenza? Cosa differenzia pubblico e attori? Quali mondi vengono evocati? Quale testo agisce in sottofondo?
Niente interviene a separare il pubblico dagli attori, ma chiamiamoli figuranti e saremo più precisi. Per apparire – non recitare sia chiaro – non è prevista nessuna competenza necessaria, nessuna qualità discriminante. Semmai tutto il contrario. Necessario è uniformarsi ai canoni di una presunta normalità-mediocrità, che tutto annulli in nome di una superiore missione umanitaria: tutti possono, e al più presto devono, apparire in televisione, raggiungere la notorietà, provare l’ebbrezza di stare dall’altra parte del teleschermo. Quindi siamo tutti potenziali attori e potenziale pubblico allo stesso tempo. E badate a una cosa importante: nessun mondo altro – mi viene da dire nemmeno il nostro mondo, quello in cui sopravviviamo – viene evocato da queste luccicanti telecamere. Si riprende un campione ristretto di mediocrità, lo si eleva all’assoluto e lo si propone, e nemmeno poi molto velatamente, come modello. Si improvvisa, e questa improvvisazione viziata e volgare si costituisce in libro, un libro purtroppo ai primi posti nella classifica di molti.
Sono consapevole di aver alterato ed esasperato certi momenti descrittivi per portare la riflessione verso la direzione da me voluta; i conoscitori del mondo teatrale siano così gentili da scusare questo mio difetto, e da correggere gli errori se presenti.
Ora immaginate una situazione analoga, ma capovolta nei suoi aspetti fondanti. La struttura portante rimane la stessa mentre i modi e i ruoli si modificano radicalmente. Ci caliamo ancora una volta dall’alto dentro il teatro, ma lo spettacolo che colpisce – è proprio il caso di dirlo, colpisce – i nostri occhi è mutato: il palcoscenico è sommerso di colori e musiche, subissato di costumi variopinti, fondali di vegetazione lussureggiante, bigiotteria e disparati oggetti luccicanti. Ma non manca la gente, no di certo: scorgiamo un’infinita processione di uomini e donne in costumi ricchissimi e particolari, ridono e si beccano a vicenda. Si rincorrono, si nascondono in tutti gli angoli, e sono dappertutto. Non si capisce affatto dove cominci il palco e dove finisca la platea, nessuna linea di demarcazione, mancanza totale di confini nitidi. Un’altra cosa: non distinguiamo nemmeno una parola, solo un insopportabile rumore, un’accozzaglia di note di fiati e urla sgraziate. Una festa, un trionfo insomma, ma solamente in superficie. A uno sguardo più attento ci accorgiamo che manca qualcosa di fondamentale: non vediamo nemmeno un attore. Vediamo soltanto gente, folla, mucchi di arti e teste avvolte in pesanti cappelli. Mancano gli attori, mancano delle voci distinte, nessuna recita un testo. Gridano e basta. E pubblico e attori si confondono, e se non recita nessuno si potrà dire che tutti recitano,e se ci si chiede cosa recitano piombiamo nello sconforto ricordando che manca un testo da recitare.
Ora ci basta collocare le due situazioni nel tempo e forse questa descrizione tanto vaga e indefinita assumerà qualche tratto nuovo, magari un risvolto interessante a cui non pensavate: nella prima situazione qualcuno avrà riconosciuto un modello approssimativo di teatro elisabettiano (secoli XVI-XVII); per quanto riguarda la seconda invece, vedeteci un’immagine della televisione commerciale italiana attuale. Ora possiamo ribadire alcuni aspetti importanti e tentare di concludere questa noiosa ma necessaria riflessione: a proposito del primo caso avevamo notato un forte senso del limite, che manteneva intatta la separazione attori-pubblico in nome di una più alta necessità: portare a compimento lo spettacolo. Inoltre notevole era il vuoto che caratterizzava il palco, e la conseguente necessità per gli attori di creare il mondo dell’opera attraverso la voce e il gesto. Gli attori avevano una precisa competenza, che li identificava come tali, in opposizione alla folla del pubblico. Guardiamo invece alla televisione commerciale – e non solo commerciale – di oggi in Italia: dove sta il limite? Dove sta la consapevolezza di un ruolo? Dove sta la competenza? Cosa differenzia pubblico e attori? Quali mondi vengono evocati? Quale testo agisce in sottofondo?
Niente interviene a separare il pubblico dagli attori, ma chiamiamoli figuranti e saremo più precisi. Per apparire – non recitare sia chiaro – non è prevista nessuna competenza necessaria, nessuna qualità discriminante. Semmai tutto il contrario. Necessario è uniformarsi ai canoni di una presunta normalità-mediocrità, che tutto annulli in nome di una superiore missione umanitaria: tutti possono, e al più presto devono, apparire in televisione, raggiungere la notorietà, provare l’ebbrezza di stare dall’altra parte del teleschermo. Quindi siamo tutti potenziali attori e potenziale pubblico allo stesso tempo. E badate a una cosa importante: nessun mondo altro – mi viene da dire nemmeno il nostro mondo, quello in cui sopravviviamo – viene evocato da queste luccicanti telecamere. Si riprende un campione ristretto di mediocrità, lo si eleva all’assoluto e lo si propone, e nemmeno poi molto velatamente, come modello. Si improvvisa, e questa improvvisazione viziata e volgare si costituisce in libro, un libro purtroppo ai primi posti nella classifica di molti.
Sono consapevole di aver alterato ed esasperato certi momenti descrittivi per portare la riflessione verso la direzione da me voluta; i conoscitori del mondo teatrale siano così gentili da scusare questo mio difetto, e da correggere gli errori se presenti.
Giacomo Morbiato


